Arte e dintorni

Una testimonianza in correlazione alla Resistenza

Di A.Berti (Classe 1928)

AMATO BERTI    “VIVERE CON LA PAURA”

Eravamo nel gennaio 1945. Era caduta molta neve e faceva freddo. Gli abitanti dei villaggi della nostra vallata erano tormentati da un’ansia angosciosa; si aspettava da un giorno all’altro un rastrellamento nella zona da parte di reparti tedeschi, Infatti questi ultimi il 20 di gennaio puntarono sulla nostra valle da diverse direzioni per asserragliarvi una brigata di partigiani che vi stazionava. Tutti sapevamo che, se i tedeschi avessero catturato un giovane in queste zone, lo avrebbero senz’altro fucilato sul posto o, nella migliore delle ipotesi, lo avrebbero condotto in Germania in campo di concentramento. Per questo bisognava fuggire dai paesi e nascondersi per la boscosa montagna. Così facemmo io e mio cugino Antonio,  sebbene avessimo  soltanto diciassette anni. Bene incappottati, con qualche coperta ciascuno, un po’ di provviste di viveri ed una bottiglia di grappa, sul far della notte, ci avventurammo per la montagna in cerca di qualche sicuro nascondiglio. Intanto che procedevamo, pensavamo con tristezza quanto sarebbero rimasti i tedeschi nella nostra vallata e come avremmo fatto a resistere al rigore dell’inverno se questi si fossero fermati da noi per più giorni.

Intanto si sentivano, giù nel paese le prime fucilate: i tedeschi erano arrivati. A rendere più complicata la fuga c’era anche la luna, così bella e desiderata in tempo di pace e così indesiderata in queste circostanze, perché il suo chiarore illuminava così bene la valle che, sulla bianca coltre  di neve, si poteva distinguere benissimo un uomo a grande distanza, in più ogni ombra di albero che vedevamo ci sembrava un tedesco ed ogni piccolo rumore che sentivamo nel silenzio della notte ci faceva trasalire. Così, camminando sulla neve arrivammo ad una capanna in mezzo alla boscaglia e la scegliemmo come nostro nascondiglio.

Per terra vi erano delle foglie di castagno di cui i contadini del luogo si servono come strame da gettare sotto le bestie nelle stalle da usare poi come concime per i campi. Ci sdraiammo  su queste foglie e, dopo esserci avvolti nelle nostre coperte, ci accingemmo a dormire. Ma chi poteva dormire? Il freddo, stando fermi, ci colpì così bene che tremavamo entrambi come pulcini bagnati, tanto più che la capanna aveva il tetto di paglia, ma non aveva nessun muro che ci riparasse almeno dalla fredda aria notturna. E poi avevamo paura! Temevamo per la nostra sorte, per la sorte dei nostri familiari che, a quell’ora, erano già a contatto con i tedeschi.

Fra batter di denti, incubi e paura, passammo quella prima notte. La mattinata del giorno dopo passò abbastanza tranquilla, sebbene in lontananza, ogni tanto, si sentissero colpi di fucile e di mitraglia. Intanto si era levato un leggero vento di tramontana ed il cielo era terso. Il freddo era aumentato. Ma questa apparente tranquillità fu rotta dal crepitare di un’arma da fuoco automatica, che sembrava sparasse su di noi. Trasalimmo e ci alzammo in piedi di scatto. Guardai in viso mio cugino e vidi che era divenuto pallido come un morto e cominciò a tremare ed a guardarmi senza parlare. Anch’io sentivo che tremavo e non riuscivo a profferir parola. Guardammo fuori e vedemmo che due uomini correvano di gran carriera giù per il pendio della collina che si alzava di fronte a noi e, nello stesso tempo, udimmo altre raffiche di mitra e alcuni comandi secchi in lingua tedesca. Era una pattuglia che passava per un sentiero a cento metri di distanza sopra di noi e capimmo che sparava su due fuggitivi. Sentendo i tedeschi così vicini e presi da un forte spavento, uscimmo in fretta dalla capanna e cominciammo a fuggire gettandoci precipitosamente verso il sottostante canalone. Per fortuna i tedeschi, intenti com’erano a sparare verso i due fuggitivi, non si accorsero affatto della nostra fuga favorita dal fatto che il terreno era in forte pendenza e cosparso di grandi alberi di castagno. In pochi istanti potemmo raggiungere il canalone e metterci al riparo da eventuali fucilate. Ma chi poteva stare tranquillo avendo i tedeschi così vicino? E se fossero scesi fino al canalone? La paura si era talmente impossessata di noi che, appena giunti nel più profondo del canalone, ci accovacciammo sotto una grande roccia come due cuccioli spauriti. Guardavamo sempre verso la direzione in cui avevamo visto i tedeschi ed avevamo sempre l’impressione di vederli scendere nel canalone. Il sole stava per tramontare quando dovemmo uscire dal nostro nascondiglio. Sotto quella roccia passammo due ore ma il freddo ormai ci attanagliava le membra, non si poteva più resistere. Intanto si sentivano ancora, in lontananza, raffiche di mitra.

Come avremmo passato la notte? Chi avrebbe potuto resistere al freddo se avessimo dovuto passare la notte all’aperto? Fuoco non se ne poteva accendere perché tutt’interno c’era un palmo di neve e poi i tedeschi lo avrebbero visto. Le coperte ed i viveri li avevamo lasciati nella capanna. Avevamo solo il cappotto. Chi si poteva fidare a ritornare nella capanna? Ci potevano essere i tedeschi in agguato! Ci avevano notato mentre fuggivamo? Bisognava scegliere: o rischiare di morire assiderati o tentare di ritornare alla capanna. Decidemmo per la capanna. Carponi risalimmo il canalone fermandoci ogni dieci passi in ascolto. La notte ormai era scesa: tutt’intorno era silenzio. Non si udivano più spari. Passo passo e sempre carponi, giungemmo sotto lo spiazzo della capanna. Ci fermammo nuovamente ad ascoltare: non sentimmo nessun rumore, nessuna voce e, col cuore in gola per la paura, entrammo.

La nostra roba era come l’avevamo lasciata, sicuramente nessuno era entrato. Ci avvolgemmo nelle nostre coperte e, come la sera prima, ci accingemmo a dormire. Ma potemmo dormire ben poco perché avevamo sempre paura e freddo. In questo modo passammo la nostra seconda notte nella capanna.

La mattina del giorno dopo, verso le otto, udimmo una voce femminile che chiamava a squarciagola i nostri nomi: era mia sorella che veniva a cercarci. Le rispondemmo. Ci raggiunse e, dopo averci abbracciati, ci disse che potevamo ritornare a casa perché i tedeschi se ne erano andati.

Berti Amato  classe 1928

www.lavocedelmiomedico.it

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