Arte e dintorni

Con le mani e con le pietre

Racconto vincitore del 2' premio al concorso letterario nazionale "Sui muretti a Secco" 2018.

CON LE MANI E CON LE PIETRE

Sono arrivato in Italia alle dieci e trenta dell’otto agosto del 1991 con la nave Vlora partita dal porto di Durazzo il giorno prima. Non ero solo: eravamo ventimila. La nave era arrivata da poco da Cuba, carica di zucchero e Halim Milaqi che la comandava era stato costretto dalla folla raccoltasi sul molo a fare rotta su Bari. Tutti gli italiani ricordano le immagini di questa nave stracarica di giovani che fuggivano dal loro paese nella speranza di un futuro migliore.

Mi chiamo Ibrahim S*** L*** K***  e all’epoca avevo quindici anni. Come tutti i miei coetanei vedevo la vostra televisione e avevo faticosamente imparato a parlare la lingua italiana. Nel nostro paese, la Repubblica Popolare Socialista di Albania non vivevamo bene ed avevamo l’impressione che l’Italia fosse il paese del bengodi.

Ben presto ci accorgemmo che la realtà era diversa. Dopo lo sbarco fummo tutti rinchiusi nello stadio della città e questo ci preoccupò perché ricordava ai più adulti tra noi i metodi sbrigativi di quando nel nostro paese era presidente Enver Hoxha ed i comportamenti della nostra polizia a Scutari, quando tanti  simpatizzanti del partito democratico di Albania di Sali Berisha tentarono di demolire la statua di Stalin.

Con alcuni amici più grandi di me riuscii, dopo aver superato i controlli del centro di raccolta e prima accoglienza, a vagare per la città dove incontrammo alcuni pugliesi di origine albanese (arbereshe) che ci consigliarono di raggiungere San Marzano di San Giuseppe dove ancora si parla la lingua albanese per merito dei discendenti di chi aveva fatto il nostro stesso percorso più di cinque secoli fa. Lì ho imparato a restaurare i trulli di campagna che sono costruzioni cilindriche con tetti a cono costruite a secco come i magazzini degli attrezzi del mio paese d’origine. Ricordo il modo in cui lavorava mio nonno che io guardavo incuriosito: prendeva la pietra dal mucchio dopo aver toccato ad occhi chiusi quella alla quale avrebbe dovuto sovrapporla e, come per incanto, tra le due rimaneva una sottilissima fessura. Allora mi sembrava un miracolo, ora mi rendo conto che era solo grande esperienza di quelle mani che spesso mi accarezzavano con affetto e che mi hanno spinto ad imitarlo.

Sono ormai passati 27 anni da quando sono sbarcato in Italia. Ho lavorato tanto ed ho conosciuto tanta Italia. Da qualche tempo mi sono stabilito in Liguria dove ho scoperto che c’è una fonte inesauribile di lavoro per chi ha la mia esperienza: i muretti a secco che reggono i poggi e che hanno trasformato questa regione, stretta tra il mare e la montagna, in tanto terreno coltivabile.  Dapprima mi sono occupato del restauro e poi ho trovato chi, sul suo terreno, voleva costruirne di nuovi per diminuirne la pendenza. Ho imparato anche qualche termine dialettale. So cosa sono le “pose” dove i contadini appoggiavano il loro carico per riprendere fiato. Dopo la lunga esperienza pugliese ho fatto presto ad adattarmi ai “poggi” liguri e sono a mio agio con  “i cian”, “i balluin”, “e canalette”, “u cantunà”, “i corsi”, “i drenaggi”, “a fundasiun”, “i giunti” e tutti gli altri termini tecnici usati in Liguria.

Mi sono completamente inserito in questa realtà e ho imparato a parlare in genovese anche se i locali mi prendono in giro per la mia pronuncia. Anche qui come nel mio paese d’origine sto ad ascoltare i vecchi che mi raccontano il loro modo di vivere di quando erano giovani e non c’erano le strade e tutto si svolgeva con grande difficoltà. I trasporti erano fatti coi muli. Ho avuto modo di conoscere l’ultimo mulattiere che ormai ha quasi 90 anni e mi racconta di come fosse richiesta la sua collaborazione per raggiungere tutti i piccoli borghi e trasportare ogni tipo di materiale. Ai suoi tempi si formavano anche delle  grosse carovane che partivano dal mare con i basti carichi di sale e lo trasportavano al di là dell’Appennino. Al ritorno gli animali trasportavano grano, sementi, attrezzi agricoli e perfino tessuti che vendevano lungo il percorso. Le “muattee” erano strutturate come le autostrade di oggi. I mulattieri sapevano dove fermarsi per riposare insieme alle loro bestie e si tenevano pronti ad allontanare qualche malintenzionato interessato alle loro merci. Questo sistema veniva chiamato “straa da saa”  e quando ha cessato di funzionare qualche paese ha perduto la sua importanza come è successo ai borghi della zona del Bracco quando hanno aperto l’autostrada. Concludo col mio augurio che la Liguria sappia difendere il suo paesaggio che non è fatto di solo mare ma di tantissimi chilometri di muretti a secco che ne fanno un paesaggio unico al mondo.

 

 

Questo racconto ha ricevuto il secondo premio al concorso letterario nazionale “SUI MURETTI A SECCO   2018” e ci è stato gentilmente inviato dal Dr. F. Prete che ne è l’autore. Un esempio di Medicina Narrativa che nasce da una storia vera riportata da un suo paziente.

www.lavocedelmiomedico.it

 

 

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