Salute

No al panico, ma non è banale influenza. Serve razionalità.

Occorre un grande senso di responsabilità allo stesso tempo individuale e collettivo.

In queste ore l’attenzione del mondo scientifico è concentrata su presente e futuro dell’epidemia da Covid 19, cioè sui possibili sviluppi nelle prossime settimane. Ai fini di una conoscenza esaustiva del problema, diviene interessante comprendere la storia di questo virus e di tutti i casi analoghi di passaggio da altre specie animali a quella umana, verificatisi in passato. Francesco Maria Galassi è medico e paleopatologo (studia la storia delle malattie in resti scheletrici, mummie e fonti storiche). Professore associato presso la Flinders University (Australia) e direttore del Fapab Research Center (di Avola, in provincia di Siracusa, centro dedicato allo studio dell’antropologia forense, paleopatologia e bioarchaeologia), Galassi è stato inserito dalla rivista americana Forbes nel 2017 nella lista dei 30 scienziati under 30 più influenti in Europa. Autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche a 30 anni è inoltre un divulgatore scientifico e socio fondatore del Patto Trasversale per la Scienza.

Professore Galassi, molti esperti affermano che il Coronavirus è stato trasmesso all’uomo dal pipistrello. Ma davvero la scienza è in grado di stabilire con certezza da quale specie provenga un contagio?
Risalire alla specie animale da cui il virus si è successivamente propagato alla specie umana è fondamentale, non solo a livello conoscitivo, ma anche nell’ottica di prevenire future epidemie della malattia infettiva in questione. La scienza si serve della comparazione dei genomi dei virus di specie diverse, ossia valuta quale grado di condivisione dell’informazione genetica (Rna in questo caso) vi sia tra i virus di varie specie. Sono state formulate alcune ipotesi sull’origine del Sars-Cov-2 sulla base di analisi genetiche di comparazione fra il genoma del virus umano e quello del virus che colpisce specie animali. Una di queste suggeriva i pangolini, formichieri squamosi, quale origine della malattia. Tuttavia, non è stata rilevata una somiglianza sufficiente fra i genomi dei virus per giustificare questa ipotesi. Ad oggi il riscontro più fedele è quello con il genoma di un coronavirus trovato in un pipistrello della provincia cinese di Yunnan, dal momento che condivide il 96% dell’informazione genetica. Esistono, comunque, differenze non da poco tra i due virus ed è assai probabile che il virus del pipistrello non abbia infettato direttamente la specie umana, ma abbia necessitato di un ospite intermedio, prima dell’approdo all’uomo.

Nel passato recente e remoto, quali sono stati i casi più eclatanti di trasmissione del virus da uomo ad animale?
La lista è lunga, pensiamo solo ad Hiv, peste bubbonica, malattia di Lyme, rabbia, ecc. Già leggendo, all’inizio dell’Iliade di Omero, dell’ira di Apollo e della pestilenza che colpisce l’accampamento acheo, si nota che il morbo colpisce gli animali prima di passare agli uomini.

Il paragone con la peste è ardito. Si tratta infatti di patologie ben differenti, perché la peste nera del XIV secolo uccise un europeo su tre, mentre pare che il coronavirus sia più o meno letale quanto un’influenza stagionale. Eppure la peste ci fu trasmessa dai topi. Oggi un evento simile è piuttosto improbabile. Però è accaduto. Quali sono le responsabilità dell’uomo?
La letalità della Covid-19 è maggiore di quella dell’influenza stagionale, ma ovviamente non paragonabile a quella della peste del ‘300. Inoltre, erano diverse le condizioni di vita e igienico-sanitarie, come pure la medicina dell’epoca era del tutto inefficace contro una tale pandemia. Uno scenario del genere è meno probabile oggigiorno, ma non impossibile se pensiamo ad esempio quanto successo con l’influenza spagnola del 1918-1919, in un momento in cui l’Europa era prostrata dalla guerra. Difficile valutare la responsabilità dell’uomo nell’ottica di una zoonosi, ma occorre piuttosto concentrarsi sulle misure preventive e di contenimento delle malattie infettive, problema maggiore tanto in passato quanto oggi, soprattutto in termini di coordinamento nazionale e internazionale.

Quanto influiscono le condizioni climatiche sui passaggi dei virus da uomo ad animale? È casuale che questo sia accaduto in Asia per due volte negli ultimi anni?
Mentre nel caso della presente epidemia di coronavirus non è ancora possibile esprimersi su di una correlazione tra mutamento climatico e zoonosi per mancanza di dati, più in generale, come anche ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità da oltre dieci anni, malattie infettive emergenti stanno diventando sempre più una minaccia globale a causa di vari fattori tra cui proprio il riscaldamento globale.

In generale, lei che idea ha maturato in merito a questa epidemia?
Che non va assolutamente minimizzata o sottovalutata. Dire che è una banale influenza è sbagliato. Allo stesso tempo bisogna evitare fenomeni di panico collettivo e di portare la nazione al collasso economico-sociale. Occorre un approccio razionale al problema. I meccanismi psicologici ancestrali di paura e mistificazione della pestilenza, che si sono visti in tutta la storia dell’umanità dalla già citata «peste» dell’Iliade alla grande epidemia di colera del XIX secolo, sono ancora presenti nonostante gli ultimi 200 anni di progresso medico-scientifico abbiano rivoluzionato il modo in cui combattiamo gli agenti patogeni. Nuovi virus si presentano continuamente sulla scena, la nostra scienza migliora ed è celere nell’affrontare le nuove sfide, ma la specie umana non riesce a liberarsi dei propri spettri antichi.

È verosimile aspettarsi la scoperta di un vaccino in tempi brevi?
Numerose istituzioni accademiche e sponsor privati stanno finanziando studi in quella direzione. Stati Uniti e Australia sono in prima linea nello sviluppo di un vaccino efficace contro il Sars-Cov-2. Dopo la sperimentazione animale e quella sull’uomo, ci sarà la commercializzazione del prodotto. Difficile sia disponibile prima del 2021. Sono comunque tempistiche molto rosee se raffrontate al passato, in cui le grandi epidemie erano libere di mietere vittime per decenni prima che qualche scienziato, spesso individualmente e senza una vera coordinazione internazionale, riuscisse a sviluppare qualche misura preventiva degna di nota.

La limitazione delle relazioni sociali, la quarantena volontaria, le sembrano misure adeguate in questa circostanza?
Per quanto possa sembrare dolorosa, la limitazione delle relazioni sociali in questa fase è molto importante. Occorre un grande senso di responsabilità allo stesso tempo individuale e collettivo. Giova ricordare che il moderno concetto di quarantena (originariamente un isolamento della durata di 40 giorni) nacque proprio in Italia nel XIV secolo grazie alla Repubblica di Venezia, la quale capì l’importanza di isolare navi e relativi equipaggi per contenere il propagarsi dell’epidemia di peste. Nel 2020 dobbiamo dimostrarci all’altezza della lungimiranza dei nostri avi.

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www.lavocedelmiomedico.it
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