Salute

Riflessioni di un medico che ha contratto Covid-19

Dr.F.Martini - OC Sanremo (IM)

All’improvviso.

“All’improvviso i riferimenti del tuo mondo cambiano
Sono le luci costanti e algide che rimangono uguali giorno e notte tipiche dei ” non luoghi ”
Sono il vociare lontano a tratti esplosivo del personale sanitario
Un paziente che da ore a cadenza irregolare tossisce senza tregua
Il gorgoglio dell’ossigeno-terapia
E il rumore surreale del flusso d’aria a pressione positiva della maschera a ossigeno
Con lo sguardo esplori spazi noti che hai percorso per anni ma che ora assumono una connotazione strana,diversa, irriconoscibile
Sei in cerca di un appiglio di una sicurezza
All’improvviso……..
All’improvviso capisci che non è più il tuo mondo ma che con questo dovrai confrontarti”

Queste poche righe le ho scritte durante la prima notte passata da paziente in pronto soccorso
Tutto ha inizio verso i primi giorni del mese di marzo quando, con la sorpresa e l’irruenza generate da uno tsunami, anche il nostro territorio viene investito dal Covid 19
Sorpresa,instabilità, angoscia, stupore, paura sono gli stati d’animo che hanno attraversato noi medici, infermieri e oss .
Ogni giorno bisognava far posto nelle corsie del Castillo del Borea e del Giannoni ai malati Covid
Il primo a essere reclutato il padiglione di malattie infettive : nel giro di pochi giorni, saturati i posti letto, inizia a macchia d’olio l’occupazione silenziosa ma inesorabile di tutti i padiglioni.
Interi reparti trasferiti negli altri presìdi della provincia, medici infermieri oss, appartenenti a svariate discipline mediche e chirurgiche, chiamati a prestare assistenza ai nuovi malati in quello che è divenuto l’ospedale Covid della nostra provincia
Il pronto soccorso assume ogni giorno sempre più il ruolo di prezioso punto di snodo tra territorio e ospedale : una vera àncora di salvezza
Sì, nuovi malati, ma forse sarebbe più esatto definirli “sconosciuti “
L’intera comunità scientifica ha imparato infatti a decifrare il camaleontico quanto pericoloso Covid 19 sul campo ovvero prestando assistenza giorno dopo giorno e osservando i variegati quadri clinici e le altrettanto variegate risposte alle terapie.
La rapidità nel generare nuovo sapere biomedico e nel trasmetterlo sono il risvolto positivo del nostro contesto moderno, quello che ci ha permesso di dirigere in maniera sempre più mirata ed efficace le risorse terapeutiche
Ho vissuto l’intera avventura Covid dalle due prospettive : quella di colui che assiste e quella di colui che viene assistito .
Come medico ho vissuto con sofferenza e disagio la profonda mutazione che la tipologia del Covid 19 ha imposto al nostro operare.
Vestiti come palombari abbiamo noi tutti patito enormemente la distanza fisica ed emotiva venutasi necessariamente a creare tra noi e i nostri pazienti.
L’enorme difficoltà poi nell’ organizzare la turnistica nei vari reparti a causa del rapido espandersi del virus tra il personale sanitario è stata una parallela “mazzata” che ha contribuito non poco a destrutturare tutto ciò che aveva fino ad allora caratterizzato il nostro agire.
Giorno dopo giorno vedevo ammalarsi i colleghi e ogni mattina al mio risveglio rapidamente verificavo la percezione del mio stato di salute fino al giorno in cui é toccato a me : una polmonite piuttosto estesa che mi ha obbligato a chiedere aiuto proprio a quel luogo che da anni avevo vissuto come medico e che ora mi accoglieva come paziente.
Grande lezione di umiltà !
La prima notte della mia vita passata da malato in pronto soccorso.
Stranito, impaurito ma confortato dai volti familiari e affettuosi di tutti i colleghi.
Poi la degenza nel reparto di malattie infettive : dodici giorni passati a riflettere ad ascoltare me stesso.
Pur confortato dai colleghi splendidi e premurosi e dall’andamento soddisfacente dei parametri vitali non nascondo di aver avuto paura e di aver pensato che quella poteva anche essere la circostanza che avrebbe potuto condurmi alla fine…
Non riesco a descrivere, ancora adesso che sono passati giorni, lo stato d’animo di quei momenti.
Si intrecciano la paura, la nostalgia, l’angoscia per il distacco dalle persone più care e da tutte le cose più belle di questa vita, di questo mondo che ho potuto ricevere e saputo assaporare.
Ma tutto questo è stato poi lentamente come amalgamato da un sentimento di abbandono totale…
Meglio definirlo di “consegna”.
Sì, un desiderio di consegna a un Maestro il cui volto da tanti anni ho imparato a cercare, a inseguire ma che ho anche spesso dimenticato e deluso.
Il volto di Nostro Signore, di questo amico venuto da lontano a portare
“la buona notizia “.
Si, mi sono rivolto a Lui un po’ come fece Pietro quando disse a Gesù
“ Signore dove andremo ? Tu solo hai parole di vita eterna “.
E oggi, per caso, leggo queste righe che sento profondamente vere:

“…..il colmo della preghiera non è il recupero di forza da parte dell’Io per sostenere una prova difficile, ma un atto di disarmo, di consegna, di offerta senza condizioni al di là dell’Io…”
(Recalcati – La notte del Getsemani).

Ora completamente ristabilito ho ripreso il cammino interrotto ma con una nuova consapevolezza:
quella della fragilità, della precarietà di cui sono, siamo intessuti.
E allora perché non far proprie le parole del Salmo ?

“Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.”
(Salmo 131).

Dr.Franco Martini (Sanremo)

Durante                         e                     dopo.

www.lavocedelmiomedico.it

 

 

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